IL COMMENTO / Sistema Sesto: l’onore di essere coerenti e onesti anche attraverso la sofferenza

     La Corte d’Appello di Milano ha assolto definitivamente gli imputati del cosiddetto Sistema Sesto. Tutti i personaggi coinvolti riconquistano la “verginità” giudiziaria, giustamente, perchè nei loro confronti non è stato possibile dimostrare quello che sostenevano le accuse delle due gole profonde dello scandalo Piero Di Caterina e Giuseppe Pasini. Nel corso delle varie udienze sono state portate perizie, testimonianze, intercettazioni ma alla fine del 2015 il tribunale di Monza aveva assolto tutti perchè “il fatto non sussiste”. Ancora questa mattina la Corte d’Appello di Milano ha ribadito la stessa decisione, dopo il ricorso dei pm contro la sentenza di assoluzione del 2015, ribadendo le stesse motivazioni. 

Ora se il dispositivo della sentenza dice che “il fatto non sussiste” dovrebbe significare che tutto quello che è stato dichiarato non era vero. I fatti non hanno dimostrato che c’era un Sistema Sesto. Quindi è giusto che le persone coinvolte siano state assolte e che tutti i giornali e giornalisti dovrebbero chiedere scusa agli interessati delle parole scritte e delle diffamazioni perpetrate con articoli che si sono rivelati “infondati” o “avventati”. Ma la situazione non può essere chiusa così. C’è una parte dello scandalo che è stato gestito e propagandato in modo diffamatorio per giorni e giorni, ripetendo come un mantra sempre le stesse cose e sempre contro le stesse persone.

Parliamo,  senza nasconderci dietro a un dito, degli arresti che coinvolsero in particolare due personaggi pubblici: l’ex assessore Pasqualino Di Leva e l’architetto Marco Magni. Per loro non c’è stata la “garanzia” del partito e sono finiti dritti in carcere sollevando un polverone che oggi, alla luce di questa sentenza, diventa ancora più amara per i familiari delle persone coinvolte e per chi credeva nella giustizia giusta. Sappiamo tutti com’è finita la loro vicenda personale: costretti a stare in carcere per dei mesi e sollecitati quotidianamente dai pm a dire le cose che loro volevano che dicessero (ma non hanno ottenuto quello che volevano) sono stati portati in uno stato di prostrazione e di sofferenza che ha finito per coinvolgere tutti i familiari. Una situazione di sofferenza fisica che alla fine ha indotto i due a scegliere il patteggiamento non per una ammissione di colpa del reato che non è stato commesso (la sentenza odierna dice questo per tutti i coinvolti nel Sistema Sesto), ma per porre fine ad una sofferenza fisica e psicologica che coinvolgeva troppe persone. 

In tutti quei mesi di trattamento carcerario ci sono stati giornali che hanno dato la notizia essenziale dei fatti che accadevano ed altri giornali che si sono divertiti a pubblicare giornalmente foto e notizie sempre con lo stesso fango da spargere, a prescindere. Ancora oggi, di fronte a questa assoluzione e alla palese realtà ci sono corrispondenti che approfittano di vicende vecchie e inutili per rispolverare il nome dell’ex assessore, tanto per dare “tono” all’articolo e per fare contenta qualche parte politica. Non c’è altra spiegazione. E non ci può essere giustificazione per chi ancora oggi si ostina a dire “ha patteggiato” quindi è colpevole, senza tenere conto di tutto il contesto dello scandalo e dei risultati giudiziari finali. 

A rafforzare questa reale situazione ci sono anche le parole del magistrato che rappresenta il massimo delle inchieste sulle tangenti e cioè Antonio Di Pietro, il quale recentemente si “è confessato” ed ha ammesso gli errori di un sistema carcerario dove all’imputato si voleva ottenere ciò che serviva all’inchiesta e non quello che era veramente accaduto per portare avanti un processo che scardinasse a livello politico i centri di potere che in quel momento erano ritenuti un pericolo. Ecco, in piccolo, anche per il Sistema Sesto è successa una cosa analoga. I pm di Monza hanno agito con esuberanza verso i primi arresti per arrivare ad un centro che non hanno trovato. E la conclusione dell’inchiesta è l’assoluzione per tutti. Perché la stessa sentenza (e giudizio morale e politico) non deve essere prevista anche per chi si è offerto il olocausto alla giustizia per uscire dal tunnel del carcere preventivo,  pur sapendo di non avere commesso i reati per cui era stato detenuto?

La verità ora è questa dell’assoluzione. Ne prendiamo atto e diciamo anche alla politica di fare altrettanto ed ai corrispondenti di alcune testate di essere più fedeli alla deontologia del proprio mestiere e meno testimonial di personaggi che di volta in volta compaiono sulla scena, ripetendo lo stesso mantra, come spauracchio verso chi ha usato l’intelligenza, l’onestà e la serietà anche nei momenti più difficili della propria esistenza. Che onore essere fatti così! (F.P.)



Categorie:Attualità, Giudiziaria

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