La Tazzina di Caffè

    ®    Sapere che uno degli imputati, “accusatore” del cosiddetto “Sistema Sesto” ha applaudito senza pudore, al momento della sentenza della Corte di appello di Milano, che lo sbugiardava assolvendo tutti e, difatti, sentenziando che il Sistema Sesto non è mai esistito, dà l’esatta dimensione di come tutta l’impalcatura dell’inchiesta era fragile, raffazzonata e assolutamente sbagliata.

Purtroppo i danni che ha procurato, sono stati enormi. Gli imputati  sono stati massacrati e diventati carne da macello; infangati da una stampa senza scrupoli deontologici, spesso in mano ad avventurieri della penna; a servi in cerca di padroni e ragazzotti e ragazzotte in cerca di scoop.

Poi c’è la devastazione della custodia cautelare, una barbarie di cui si fa uso ed abuso, soprattutto quando, più che nei casi previsti dalla legge, viene usata come sostegno mediatico all’inchiesta e quale strumento per estorcere confessioni. Aberrante: per chi innocente, subisce questa umiliazione con la restrizione psicofisica da terzo mondo, diventa impossibile difendersi. Uscirne sani, nel corpo e nella mente, è un miracolo.

Si chiude un periodo penoso per la città di Sesto, ma non si chiude (anzi resta apertissima) la questione “giustizia”, che governi e ministri guardasigilli, incapaci e inetti hanno delegato alla pancia del Paese e nelle stesse mani dei magistrati inquirenti. D’altronde se alla dichiarazione  del Giudice Camillo Davigo, il quale afferma che nessun imputato è innocente, ma se assolto è solo perchè fortunato; e se nessuno uomo di Stato senta il dovere di protestare, ricordandogli che viviamo in uno Stato di diritto, dove vige la  presunzione di innocenza e non di colpevolezza, si capisce come è ridotta l’amministrazione della giustizia. 

Ma c’è anche un’altra malattia: la considerazione che un amministratore di giustizia ha di sè, come eroe implacabile. Non basta l’autocritica di Di Pietro sulla gestione delle finalità dell’inchiesta denominata Tangentopoli; basterebbe che giudici, politici e addetti all’informazione riprendessero a studiare i sacri testi della Costituzione, unitamente alla lettura di Piero Calamandrei e di  Cesare Beccaria: “Non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l’uomo  cessi di essere persona e diventi cosa“.



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