LA SCIVOLATA / La verità è una realtà stabile che non può essere interpretata a suo piacimento dal sindaco Di Stefano

  Assistiamo a qualcosa di inedito, per quanto riguarda la politica amministrativa del comune di Sesto San Giovanni. Un inedito che ha delle ombre dove si nascondono ideologia e “vizio” di vendetta. Non possiamo definire diversamente quanto sta accadendo  a 360 gradi nella città della Resistenza, medaglia d’oro al valor militare, per il tributo di sangue pagato da chi nei periodi di lotta si sacrificò in nome della libertà e della democrazia. Valori ereditati da chi oggi ne fa carta straccia.

Succede che i nomi dei caduti, ex deportati, sono stati pazientemente raccolti e registrati in un elenco da parte dell’associazione Aned di Sesto e Monza. Migliaia di nomi che appartenevano a persone fisiche con un cuore e una fede che quelli di oggi non l’immaginano nemmeno lontanamente. Ora è successo che di fronte al pericolo di vedersi la sede venduta all’asta per raggranellare quattrini, dalla attuale giunta di destra guidata dal sindaco Roberto Di Stefano, già Forza Italia ed oggi più che mai rivolto alla Lega di Salvini, i responsabili dell’Aned hanno messo alla loro finestra uno striscione di protesta e delle stringhe di lenzuolo con sopra i nomi dei deportati registrati nel registro di via Giardini.

Il risultato è davvero incomprensibile, per usare un eufemismo. Qualcuno ha ordinato di fare togliere striscione e stringhe con i nomi alla presenza della polizia urbana ed ora all’Aned è arrivata una comunicazione che dovrà pagare una multa per lo striscione e che stanno per essere calcolati i giorni di penalità per le stringhe, ma si accenna a una cifra di 3.000 euro. Sembra uno scherzo invece è tutto vero. Tutto nella città della Resistenza e della medaglia d’oro. Tutto nella civile e progressista Sesto San Giovanni dove la destra dal 2017 è al governo della città non con un programma di rilancio delle opere e dei servizi, ma palesemente con  una restaurazione totale che produce vittime e danni ai cittadini.

Ma il culmine è stato raggiunto nella giornata di ieri, quando il sindaco Di Stefano, usando il suo sistema di comunicazione istituzionale, cioè facebook, pubblica la notizia che il giudice del lavoro del tribunale di Monza dà ragione al Comune al termine di una vertenza che vedeva in campo da una parte i sindacati e dall’altra l’amministrazione accusata di attività antisindacale. Seguono a ruota i complimenti dei soliti adepti politici che ad occhi chiusi plaudono ad ogni selfie o annuncio.

Abbiamo un attimo di smarrimento perché abbiamo sotto gli occhi la decisione del giudice del lavoro numero 504 del 2019 con in testa “accoglimento parziale del 17 luglio 2019“. In pratica si tratta della sentenza del giudice del lavoro Luisa Rotolo, che a fronte di un ricorso presentato da Cgil, Cisl e Uil FPL Milano e Lombardia, contro il sindaco Roberto Di Stefano, sindaco Pro-tempore per “l’antisindacalità di diverse condotte poste in essere dal Comune, che hanno violato il diritto di informativa, le regole che disciplinano il confronto e la contrattazione decentrata, nonchè l’avere indetto e svolto assemblee con i lavoratori  senza la presenza del sindacato….”.

Si tratta di regole del contratto nazionale a cui devono attenersi le parti. E i sindacati con la loro memoria presentata attraverso i legali facevano riferimento a degli episodi accaduti, in particolare cinque. Il giudice, dopo avere esaminato le richieste e le controdeduzioni dei legali del Comune, è arrivata alla conclusione, con sentenza, che per quattro di esse non c’era da rilevare irregolarità ed ha rigettato la richiesta, ma per una, esattamente per la B, si riscontravano delle inadempienze tali da accogliere il ricorso dei sindacati e dichiarare che …”con conseguente declaratoria della relativa antisindacalità e con ordine all’ente resistente (Comune) di rispettare le regole costituenti il sistema di relazioni sindacali, così come previsto dal contratto nazionale del 21 maggio 2018..”.

Il giudice intima anche l’affissione della sentenza in un luogo accessibile a tutti per almeno 30 giorni e rigetta la pubblicazione della sentenza sui quotidiani nazionali perchè “essendo prevista tale possibilità solo per la sentenza penale di condanna emessa per violazione dell’art. 28 comma 4 della legge 300 del 1970...”. Tutto chiaro, si direbbe.

Invece no! Il sindaco si affretta a pubblicare la notizia che il giudice ha condannato il sindacato e afferma in modo perentorio e offensivo: “Il tribunale del lavoro ci ha dato ragione smascherando le false accuse dei sindacati contro il comune“. Per poi proseguire che “..non c’è sta nessuna condotta antisindacale da parte del Comune… in 4 episodi su 5 posti all’attenzione del giudice..dispiace che alcuni sindacati decidano deliberatamente di ricorrere alla magistratura per metterci il bastone tra le ruote...”.

C’è da restare allibiti e ci chiediamo se il sindaco di una città come Sesto, una tra le prime della Lombardia, con una storia illuminante per come ha gestito la politica e l’amministrazione comunale per lunghi anni, con sindaci che avevano uno spessore come Oldrini, Carrà, Biagi, Bassoli e altri che hanno dato continuità al progresso della quinta città lombarda, possa mistificare la verità di una sentenza del giudice fino a questo punto. In altri Paesi come Germania, Inghilterra, America per una bugia si sono rassegnate le dimissioni.

Noi non siamo giudici della politica e non chiediamo al sindaco Di Stefano di dimettersi, ma riteniamo di affermare che il primo cittadino che deve rappresentare tutti i residenti e non solo quel 14% delle elezioni più altri che hanno cambiato casacca per convenienza politica, debba almeno chiedere scusa pubblicamente.  E’ il minimo per non continuare ad offendere l’intera città, compresi quelli che ad occhi chiusi ormai cliccano, meccanicamente, “mi piace”.

Platone sosteneva che: “La realtà ha un fondamento stabile, qualcosa che è e non può non essere, e che per questo motivo costituisce la verità delle cose“.  (R. R.)

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Categorie:Giudiziaria, Varie

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